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Il nostro giornale


Sommario  

Lavori di ristrutturazione

L'IRAP

Nuove detrazioni

Quanto riceviamo dal fisco?

 

Il nuovo regime forfetario

Riduzione delle aliquote Irpef

Detrazioni sulla prima abitazione

Cartelle pazze 2

 

 

Argomento

 


 

CARTELLE PAZZE 2

Già precedentemente abbiamo trattato la questione delle cartelle pazze, cioè di quelle cartelle esattoriale che intimavano un pagamento di imposte che non trovavano alcun fondamento.
Purtroppo sono in arrivo, se non sono già pervenute, le cartelle che vi avevamo preannunciato e bisogna difendersi. Ed al contempo, secondo nuove disposizioni di legge, il Ministero, grazie all’invio telematico delle dichiarazioni che ne consente un controllo automatico e rapido, spedisce ai singoli contribuenti un avviso nel quale si specifica se ci siano stati o meno errori nella compilazione delle dichiarazioni, senza però entrare nel merito dei “numeri”.
Si consiglia pertanto di controllare attentamente i dati proposti dal Ministero (per quanto riguarda le lettere è molto più facile) e non pagare fin quando non si sia sicuri. Infatti è capitato molto spesso (e si parla di percentuali molto alte) che sia le cartelle che le lettere siano errate.
Come difendersi?
Per le cartelle esattoriali bisognerebbe recarsi presso gli uffici e far valere le proprie ragioni al fine di ottenere lo sgravio (cioè la cancellazione della cartella). Altrimenti bisognerà ricorrere in Commissione tributaria (ricordarsi che c’è un tempo massimo di 60 giorni dalla notifica della cartella stessa).
Per quanto attiene invece le lettere inviate dal Ministero le alternative possono essere addirittura tre: la prima quella di chiamare il “call center” del Ministero (al numero indicato), la seconda recarsi presso gli uffici (in questo periodo sono molto affollati), terzo aspettare la cartella esattoriale e successivamente presentare ricorso (sconsigliabile). Un errore è quello di usufruire della riduzione al 10% delle sanzioni se effettivamente queste non sono dovute.

Attenti quindi.


QUANTO RICEVIAMO DAL FISCO?

Una domanda che ci si pone spesso è quella di conoscere quanto riceviamo dallo Stato rispetto a quanto diamo.

Lo sapevate che mediamente ogni cittadino versa allo Stato italiano 3 milioni di lire in più rispetto a quanto riceve in termini di servizi erogati? Questo è quanto ha evidenziato il 14° rapporto del CNEL su stato dei poteri e servizi locali.

L’obiettivo del rapporto è stato quello di fornire dati al fine di effettuare i calcoli utili per la perequazione regionale in vista di un futuro federalismo fiscale.

I risultati evidenziati sono dati dalla differenza delle entrate tributarie con le spese di funzionamento dell’amministrazione centrale, dell’Università e della ricerca, della quasi totalità degli interventi di natura non previdenziale, del costo del rimborso degli interessi del debito pubblico. Restano pertanto esclusi dal computo tutti quegli oneri di natura previdenziale, i contributi versati dall’Italia a fronte di finanziamenti per la Comunità europea, nonché tutte le spese di interesse generale. Questo può rappresentare un limite al fine di dare risposta alla domanda iniziale, però ci fornisce comunque un elemento utile al fine di capire il passivo in cui si trova lo Stato nei confronti del cittadino e sopratutto le marcate differenze tra regione e regione.

Infatti in una classifica comparativa regionale rinveniamo che la regione con il più alto saldo positivo (a favore del cittadino, si intende) è la Val d’Aosta (+ 8.000.000 c.a. di lire pro capite) mentre al polo opposto si troviamo la Basilicata (con – 4.000.000 di lire c.a. pro capite).

Menzione particolare merita il Lazio che pur rappresentando un saldo negativo di c.a. – 747.000 di lire, è dovuto principalmente alla grossa macchina burocratica (ministeri, Presidenza della Repubblica, Parlamento, ecc.) che si trova nella capitale.

Nemmeno a dirlo le regioni del Nord sono quelle con il saldo positivo più alto (c.a 6.098.000 lire pro capite per l’Italia nord – occidentale e c.a. 5.735.000 lire per le regioni nord – orientali). Il centro si attesta con c.a. + 1.964.000 lire, l’Italia meridionale con appena + 133.000 lire pro capite e le isole con 565.000 lire. Le altre regioni in deficit (oltre a quelle innanzi menzionate), sono il Molise (c.a. – 2.798.000 lire), la Calabria (- 985.000 c.a.), la Sardegna (- 360.000 lire c.a.) e la Campania (- 226.000 lire c.a.).


 

 

LAVORI DI RISTRUTTURAZIONE

 

Anche per quest’anno è stata confermata la detrazione per la ristrutturazione degli immobili adibiti ad abitazione principale.

La legge infatti permette ai proprietari di appartamenti di usufruire di vantaggi fiscali consistenti in una detrazione d’imposta dei costi sostenuti per la ristrutturazione pari al 36% distribuita in cinque anni e di avere una aliquota IVA del 10% anziché quella ordinaria del 20%.

Ma vediamola più a fondo.

 

Soggetti beneficiari

Possono usufruire della detrazione tutti i soggetti IRPEF che sostengano spese per la realizzazione degli interventi su immobili posseduti all’interno del territorio dello Stato.

Hanno quindi diritto alla detrazione il proprietario od il nudo proprietario dell’immobile, il titolare di un diritto reale sullo stesso (abitazione, usufrutto, uso, locazione, comodato).

Tra i soggetti IRPEF sono ricompresi anche i soci di società cooperative non a proprietà indivisa, associati, soci di società di persone nonché imprese familiari.

A ciascun soggetto comunque è limitata la detrazione sino alla concorrenza di lire 150 milioni. In tal modo ci si può trovare con due o più proprietari di uno stesso immobile che hanno diritto ciascuno alla detrazione suddetta.

Spese che danno diritto alla detrazione

Tra le spese che danno diritto alla detrazione rientrano le spese per:

- progettazione dei lavori;

- acquisto dei materiali; esecuzione dei lavori;

- altre prestazioni professionali richieste dal tipo di intervento;

- relazione di conformità degli stessi alle leggi vigenti;

- perizie e sopraluoghi;

- imposta sul valore aggiunto, imposta di bollo e diritti pagati per le concessioni, le autorizzazioni, le denunzie di inizio lavori;

- oneri di urbanizzazioni;

- altri interventi strettamente inerenti la realizzazione degli interventi e gli adempimenti posti dal regolamento di attuazione in esame;

- interventi realizzati per la redazione della documentazione obbligatoria atta a comprovare la sicurezza statica degli edifici

Oggetto della detrazione

Il Governo con la legge 449/1997 ha voluto incentivare il settore delle ristrutturazioni edilizie, introducendo una speciale detrazione del 41% prima, e del 36% a partire dal 1 gennaio 2000 e per tutto il 2001, per tutte quelle persone fisiche che effettuassero delle ristrutturazione negli appartamenti di loro proprietà ovvero nelle parti comuni di edifici residenziali.

In particolare la legge fa riferimento agli interventi di cui all’art. 31 della legge del 5 agosto 1978 n. 457:

a) interventi di manutenzione ordinaria, cioè tutti quegli interventi che riguardino le opere di riparazione, rinnovamento e sostituzione delle finiture degli edifici e quelle necessarie ad integrare o mantenere in efficienza gli impianti tecnologici esistenti.

Come specificato dalla legge stessa, per manutenzione ordinaria si intendono tutti quei lavori che servono al mantenimento dell’efficienza e della normale conservazione dell’immobile senza che con ciò si operino degli interventi che comportino modifiche importanti e quindi che rientrino nella categorie delle ristrutturazioni straordinarie.

A titolo di esempio tra queste rientrano il rifacimento dell’impianto elettrico ed idrico – sanitario, la tinteggiatura delle pareti, soffitti ed infissi, la sostituzione di pavimenti, infissi e serramenti, l’impermeabilizzazione di tetti e terrazze, la verniciatura delle parte dei garage, riparazione delle recinzioni, sostituzione di impianti tecnologici, ecc.

b) interventi di manutenzione straordinaria, le opere o le modifiche necessarie per rinnovare e sostituire parti anche strutturali degli edifici, nonché per la realizzare ed integrare i servizi igienico – sanitari e tecnologici, sempre che non alterino i volumi e le superfici delle singole unità immobiliari e non comportino modifiche delle destinazioni d’uso.

La differenza tra manutenzione ordinaria e straordinaria consistente per quest’ultima nella caratteristica della innovazione sempre che non vadano ad alterare i volumi e le superfici delle singole unità immobiliari e non ne comportino mutamenti delle destinazioni d’uso. A titolo esemplificativo tra queste vengono comprese l’istallazione di ascensori, la costruzione o l’istallazione di scale di sicurezza, la realizzazione di servizi igienici, la recinzione di area privata, la sostituzione o realizzazione del tetto, la costruzione di scale interne, il consolidamento delle strutture di fondazione ed elevazione, la sostituzione di tramezzi interni, la realizzazione di elementi di sostegno di singole parti strutturali, interventi finalizzati al risparmio energetico, ecc.

c) interventi di restauro e di risanamento conservativo, quelli rivolti a conservare l’organismo stesso, ne consentano destinazioni d’uso con essi compatibili. Tali interventi comprendono il consolidamento, il ripristino e il rinnovo degli elementi costitutivi dell’edificio, l’inserimento degli elementi accessori e degli impianti richiesti dalle esigenze dell’uso l’eliminazione degli elementi estranei all’organismo.

In questa categorie sono ricompresi gli interventi rivolti a conservare ed ad assicurare funzionalità all’immobile senza che con questo si attuino modifiche strutturali dell’immobile stesso. L’articolo parla da una parte di restauro e dall’altra di risanamento conservativo.

Per restauro si intende quel lavoro eseguito sugli immobili di particolare interesse storico ed artistico con la finalità di restituirgli l’originale aspetto mediante la conservazione degli elementi ovvero mediante la sostituzione con altri di identica fattura.

Il risanamento conservativo invece è quell’intervento necessario per il corretto uso dell’immobile secondo le esigenze d’uso.

d) strumenti di ristrutturazione edilizia, quelli rivolti a trasformare gli organismi edilizi mediante un insieme sistematico di opere che possono portare ad un organismo edilizio in tutto o in parte diverso dal precedente. Tali interventi comprendono il ripristino o la sostituzione di alcuni elementi costitutivi dell’edificio, la eliminazione, la modifica e l’inserimento di nuovi elementi ed impianti.

Infine la ristrutturazione edilizia, a differenza degli altri interventi che non dovevano né modificare la destinazione d’uso né comportare mutamenti delle singole unità immobiliari, comporta una notevole modifica dei fabbricati stessi, tanto da trasformali parzialmente o completamente. Pertanto si ha una vera e propria modifica dell’immobile con conseguente richiesta di concessione edilizia e pagamento degli oneri accessori. A titolo esemplificativo tra queste sono comprese la demolizione o la totale ristrutturazione dell’immobile, la modifica della facciata, la realizzazione di parti nuove dell’edificio, l’apertura di nuove finestre e porte, trasformazione dei locali accessori in locali residenziali, interventi di ampliamento delle superfici esistenti, ecc.

Un intervento può riguardare una o più opere descritte nei punti precedenti. In questo caso quella di "categoria superiore" assorbe quella di "categoria inferiore".

La legge stabilisce due tipologie di unità immobiliari a cui sono rivolti i benefici: singole unità immobiliari residenziali e parti comuni delle stesse.

Pertanto non sussiste alcun vincolo (d’altronde esplicitamente dichiarato) sulla categoria catastale in cui è inserito l’immobile, basti che la destinazione d’uso sia destinata unicamente a civile abitazione di tipo residenziale. Qualunque mutazione di fatto fa automaticamente decadere l’agevolazione con conseguenti sanzioni amministrative. Ai benefici contribuiscono anche le pertinenze (sono pertinenze le cose destinate in modo durevole a servizio o ad ornamento di un’altra cosa. La destinazione può essere effettuata dal proprietario della cosa principale o da chi ha un diritto reale sulla medesima), come i box e le cantine, anche se gli interventi sono realizzati esclusivamente su queste.

Al contrario di quanto accade per le parti comuni, per le single unità immobiliari non è consentita l’agevolazione per gli interventi di ristrutturazione ordinaria. La logica di questo vincolo sta nel fatto che la maggior parte degli interventi nelle singole abitazioni riguardano questo tipo di manutenzione, spesso a costi relativamente esegui. Contrariamente significherebbe un affollamanento di domande ed una poca incisività della legge, in quanto la legge mira a "colpire" più i grandi evasori piuttosto che i piccoli artigiani che il più delle volte eseguono lavori di piccola entità e di poco apprezzabile interesse economico.

Le parti comuni degli edifici, così come descritte dall’art. 1117 del codice civile, sono al contrario agevolate anche per quegli interventi di manutenzione ordinaria descritti sopra nella lettera a).

Naturalmente rimane il vincolo della residenzialità dell’intero immobile nella percentuale del 50%. Nel caso in cui questa percentuale sia inferiore, si potrà usufruire della detrazione per le spese realizzate esclusivamente sulle parti comuni residenziali.

Anche se non espressamente richiamate, ci sono alcune opere che possono rientrare tra gli interventi di cui alle lettere precedenti, descritti nella circolare 57/E e già compresi in precedenti interventi normativi.

- L’eliminazione delle barriere architettoniche di cui alla legge 9 gennaio 1989 n. 236, consistenti nella costruzione di rampe, impianti di risalita e discesa, servizi igienici, abbattimento materiale delle barriere, ecc. Queste opere rientrano per la maggior parte tra le opere straordinarie e comunque possono essere evidentemente realizzate tra le parti comuni che nelle singole unità abitative.

- Opere finalizzate alla cablatura degli edifici di cui alla legge 31 luglio 1997 n. 249, aventi il fine dell’istallazione di nuove apparecchiature quali antenne televisive o terminali elettronici o di comunicazione. Queste opere, al fine di ottenere l’agevolazione, devono obbligatoriamente riguardare l’intera proprietà comune.

- Opere finalizzate al contenimento dell’inquinamento acustico di cui alla legge 260 ottobre 1995 n. 447 e del decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 1 dicembre 1997 n. 280, tra cui la sostituzione di materiali quali finestre e l’istallazione di pannelli ad assorbimento del rumore.

- Opere finalizzate al risparmio energetico di cui alla legge 9 gennaio 1991 n. 10 quali ad esempio la sostituzione, l’installazione e la manutenzione di impianti termici degli edifici.

- Opere finalizzate alla sicurezza statica ed antisismica di cui alla legge 2 febbraio 1974 n. 64. Questi interventi fanno sicuramente parte della categoria degli interventi straordinari che comunque comportano notevoli lavori e possono intervenire perfino nelle fondamenta e nelle parti strutturali degli edifici. A questo proposito è da ricordare il ruolo che alcuni comuni italiani hanno nell’aver previsto l’adeguamento alla normativa per alcuni servizi quali fognature, acquedotti, strade, ponti, nonché per la tutela degli edifici di interesse storici per i quali devono essere approntati dei piani unitari ed approvati dai comuni stessi.

- Interventi di messa a norma degli edifici di cui alla legge 5 marzo 1990 n. 46 in adeguamento delle normative comunitarie in materia di sicurezza degli impianti elettrici all’interno degli edifici e delle singole abitazioni.

Se tutte le opere sin qua richiamate potevano intuitivamente rientrare tra gli interventi previsti, la detrazione d’imposta sull’acquisto o sulla costruzione di box privati desta qualche momento di riflessione. La normativa di riferimento è la legge 24 marzo 1989 n. 122 (cosiddetta "legge Tognoli") nata per contrastare la carenza di posti auto in molti comuni italiani e serve a finanziare la realizzazione e l’acquisto di parcheggi pertinenziali (sia a raso che sotto forma di box) sia su immobili di proprietà privata (art. 9 comma 1) che di proprietà dei comuni (art. 9 comma 4). In questo ultimo caso sarà rilasciata una concessione per una durata non superiore ai novanta anni del diritto di superficie. In effetti trattasi di nuova costruzione, o comunque di acquisizione di "una porzione nuova" (pertinenzialità) del proprio immobile che rientra tra le opere di ristrutturazione (parti di immobili già esistenti).

 

 

Spese che danno diritto alla detrazione

Tra le spese che danno diritto alla detrazione rientrano le spese per:

- progettazione dei lavori;

- acquisto dei materiali; esecuzione dei lavori;

- altre prestazioni professionali richieste dal tipo di intervento;

- relazione di conformità degli stessi alle leggi vigenti;

- perizie e sopraluoghi;

- imposta sul valore aggiunto, imposta di bollo e diritti pagati per le concessioni, le autorizzazioni, le denunzie di inizio lavori;

- oneri di urbanizzazioni;

- altri interventi strettamente inerenti la realizzazione degli interventi e gli adempimenti posti dal regolamento di attuazione in esame;

- interventi realizzati per la redazione della documentazione obbligatoria atta a comprovare la sicurezza statica degli edifici.

 

Cosa fare

La prima cosa da fare è quella di non fidarsi degli imprenditori edili che propongono un forte sconto se il lavoro non verrà fatturato (di solito si aggira sul 20% massimo 30%).

Ricordate che il risparmio a cui avrete diritto è di gran lunga superiore.

Infatti se considerate dei lavori fatturati per 100 milioni di lire, in cinque anni potrete risparmiare 36 milioni, ben 7,2 milioni l’anno. In più l’IVA a voi addebitata in linea di massimo sarà del 10% piuttosto che del 20%.

Pensate poi che in ogni caso l’imprenditore ci guadagna molto di più in non fatturare (oltre ai rischi di possibili accertamenti).

Fatti questi conti bisognerà reperire dei moduli da compilare e spedire ai centri di servizio. Al resto ci penserà chi compie i lavori.

In sede di dichiarazione dei redditi (sia di lavoro autonomo che di lavoro dipendente) si pagheranno meno imposte (e quindi più disponibilità liquida).


 

L’IRAP

 

La crescente pressione fiscale, l'insuccesso di alcune misure atte ad incentivare la competitività delle imprese, l'istituzione del così detto federalismo fiscale, ha portato i governi degli ultimi anni a ritoccare un sistema tributario ormai obsoleto e farraginoso.

In attuazione di tali principi, dalla legge delega 23 dicembre 1996 n. 662 è venuto alla luce il decreto legislativo 15 dicembre 1997 n. 446 (articoli da 1 a 45) modificato ed integrato dal decreto legislativo 10 aprile 1998 n. 137 che ha istituito l’IRAP.

Il fine propositivo dell'IRAP è stato quello di concedere alle regioni un certo grado di autonomia patrimoniale senza che queste debbano di volta in volta attingere alle casse dello Stato, che il più delle volte non rispettavano il reale valore apportato dalle regioni stesse (federalismo fiscale).

Nell'ordinamento italiano la potestà tributaria intesa come l'insieme dei poteri di applicare tributi spetta oltre che allo Stato, anche agli enti locali, e cioè Comuni, provincie ed enti locali. L'imposizione da parte di questi non è spesso giuridicamente distinta dall'imposizione statale, per cui, in ordine ai rapporti, in genere possono verificarsi le seguenti condizioni:

lo Stato provvede direttamente all'imposizione ed alla riscossione del tributo e poi ne attribuisce in tutto od in parte il provento a chi di dovere;

l'ente applica il tributo in via del tutto autonoma.

Fino all'entrata dell'IRAP , i tributi locali coprivano appena il fabbisogno finanziario del 10 - 15%. Il resto, e cioè la parte predominante, era a carico dello Stato.

E non si può non ricordare al riguardo quanto scriveva Einaudi "Regioni, Comuni, enti territoriali, qualsiasi il nome ad essi attribuito, non vivono vita sana e feconda se non hanno entrate proprie, autonome, nate e volute e patite dai contribuenti locali in aggiunta e non in sostituzione delle imposte statali; né debbono vivere di elemosine largite dallo Stato, di partecipazioni ad imposte statali. Lo Stato può venire in aiuto, a ragion veduta, per scopi specifici volta per volta illustrati, discussi e votati al Parlamento nazionale …

Se Regioni, Provincie, Comuni devono ricorrere ad entrate proprie, nasce il controllo dei cittadini sulla spesa pubblica, nasce la speranza di una gestione sensata del denaro pubblico.

Se gli enti territoriali minori vivono di proventi ricevuti o rinunziati dallo Stato, di proventi di cui lo Stato ha bisogno per soddisfare ai compiti suoi, o vivono, come accade, addirittura di sussidi, manca l'orgoglio del vivere del frutto del proprio sacrificio e nasce la psicologia del vivere a spese altrui, dall'emulazione nel chieder sempre e non essere mai contenti".

Così come avviene ogni qual volta viene istituita una nuova imposta, l'IRAP ne ha sostituite altre (semplificazione fiscale):

il contributo al servizio sanitario nazionale (cosddetta tassa sulla salute);

contributo per l'assistenza sanitaria ai pensionati (0,20%);

quota contributo per assistenza T.B.C.;

Ilor (16,2%);

tassa sulla partita IVA ;

Iciap;

Imposta sul patrimonio netto delle imprese (0,750% sul patrimonio delle società);

tasse di concessione comunale.

Questo elenco ci fa capire quale sia stato lo sforzo del Governo nel rinunciare ad un prelievo fiscale ormai certo e collaudato, per uno di nuova istituzione e mai sperimentato. Basti pensare che la sola ILOR (Imposta locale sui redditi) copriva una percentuale fissa per gran parte delle imprese (ad eccezione delle imprese individuali ovvero delle società di persone con meno di tre addetti complessivi) del 16,2%, contro una percentuale fissa dell'IRAP (per la gran parte delle imprese e professionisti) del 4,25%. E' vero che prima i lavoratori autonomi non erano tenuti al pagamento dell'ILOR, ma è vero anche che erano tenuti al versamento in sede di dichiarazione dei redditi della tassa sulla salute (del 6,6% fino a 40 milioni di reddito abbassata al 4,6% per i redditi che superassero tale limite).

Ma la vera novità è stata invece introdotta da una serie di meccanismi tali da rendere indeducibili alcuni costi e quindi, in maniera del tutto velata, a rendere tale imposta una vera e propria imposta progressiva, del tutto discriminatoria per alcune imprese, vantaggiosa per altre.

Tutti i meccanismi, nonché i commenti e le prospettive verranno trattati più approfonditamente nei capitoli successivi.

Notevoli polemiche sono venute fuori dall’introduzione dell’IRAP, a cominciare dalla disparità di trattamento tra un tipo di impresa ed un altra, in quanto l’aliquota del 4,25% non è altro che una aliquota diciamo "figurativa", in quanto deve tener conto di una serie di indeducibilità di alcuni costi, tra i quali quelli relativi al lavoro dipendente e parasubordinato ed agli interessi passivi.

Si pensi perciò ad un’impresa che impiega molti dipendenti: in questo caso, essendo il relativo costo indeducibile, l’aliquota impositiva non sarà pari al 4,25% sugli utili, ma sarà "progressiva" (anche se il termine non è tra i più adatti), maggiori saranno i costi dei dipendenti più imposte si dovranno pagare,. Un esempio servirà a semplificare il tutto:

 

In condizioni normali

Ricavi = 1000

Costi = 600

Utile = 1000 – 600 = 400

IRAP = 400 X 4,25% = 17

 

Con dipendenti per un costo di 200

Ricavi = 1000

Costi = 600

Costi per dipendenti = 200

Utile = 400

Imponibile IRAP = 600

IRAP = 600 X 4,25% = 25,5

Il che tradotto in termini percentuali l’aliquota non è più del 4,25%, bensì del 6,4%. Se invece i costi fossero tutti indeducibili ecco che l’imposta sarebbe pari al 42,5%.

In tutto ciò si cela un’ingiustizia sopratutto in considerazione dell’effetto che si può ripercuotere sull’occupazione.

E che dicasi invece della indeducibilità degli interessi passivi? Chi più si indebita più paga interessi? Si. E non solo.

Forse l’intento del Governo è stato quello del ricorso per le imprese dell’autofinanziamento nonché dell’effetto macroeconomico che si può creare nella riduzione degli interessi bancari in vista di un possibile calo della domanda di denaro (leggasi finanziamento per le imprese).

Bisogna però considerare che molte società comunque ci hanno guadagnato, chi più chi meno, mentre le imprese individuali, i professionisti e le società di persone di poche dimensioni di certo non sono contenti.


IL NUOVO REGIME FORFETARIO

 La legge prevede dei regimi agevolativi per tutti i contribuenti percettori di reddito di lavoro autonomo o di reddito d’impresa inferiore ad un certo importo che sino al 2000 era pari a lire 20.000.000. Inoltre erano previste altre condizioni quali la non utilizzazione di beni strumentali per più di un determinato importo e non avere corrisposto compensi.

Tale regime prevedeva un calcolo a forfait sia dell’IVA che dell’IRPEF a seconda del settore di attività in cui l’impresa od il lavoratore autonomo opera. In pratica il percettore del reddito era tenuto esclusivamente ad emettere le fatture attive sulle quali veniva applicata una deduzione per costi pari al 27% (per le imprese esercenti attività di servizi), del 16% (per le attività professionali o artistiche) o del 40% (per  tutte le altre attività).

Con la nuova finanziaria è stato introdotto un nuovo metodo che interessa tutte le persone soggette agli studi di settore (predisposti per alcune categorie di imprese o lavoratori autonomi, determinano il reddito a seconda della dimensione e delle caratteristiche dell’attività) che non superano un determinato volume di reddito (da determinarsi con apposito decreto ministeriale ma sempre non superiore ai 50.000.000).

I contribuenti che ne vogliano usufruire devono presentare apposita domanda all’Ufficio delle Entrate competente entro il mese di gennaio (per il 2001 entro il 31 marzo) e devono rispettare i contenuti degli studi di settore della propria categoria.

Il vantaggio maggiore si ha nel versamento a forfait di un’imposta sostitutiva pari al 15% del reddito, alla assoluzione degli obblighi di registrazione e di tenuta delle scritture contabili nonché delle liquidazioni e dei versamenti periodici IVA. In ogni caso resta fermo l’obbligo di conservazione dei documenti contabili per 10 anni.

Altra importante novità, che riguarda anche un’altra categoria agevolativa, è l’assistenza da parte dell’ufficio finanziario il quale telematicamente  può assistere il contribuente in tutti gli obblighi tributari connessi. A tale proposito è concesso un credito d’imposta (che non può però superare  le 600.000) per l’acquisto dell’apparecchiatura elettronica.

 

Javier Pérez Arquero


NUOVE DETRAZIONI

 Insieme alla rivisitazione degli scaglioni IRPEF, la manovra finanziaria per il 2001 ha previsto un aumento delle detrazioni che hanno già trovano applicazione dal 2000.

Tale sistema prevede una detrazione dall’imposta lorda di determinati importi che vanno mano a mano diminuendo all’aumentare del reddito.

Tali detrazioni si differenziano per importo a seconda se i percettori di reddito siano lavoratori dipendenti, pensionati o lavoratori autonomi.

 Tale sistema di detrazioni è stato approntato per compensare il peso delle imposte determinato dalle varie aliquote IRPEF, facendo in modo di ridurre le imposte reali per i bassi redditi al di sotto delle aliquote previste.

Per quanto riguarda le detrazioni per lavoro dipendente queste variano da L. 2.200.000 per i redditi inferiori a L. 12.000.000 sino a L. 100.000 per i redditi superiori a L. 100.000.000. In pratica se un lavoratore percepisse  L.12.000.000 di reddito, l’imposta lorda (18%) sarebbe pari a lire 2.160.000 mentre la detrazione equivalerebbe a lire 2.200.000, annullando così l’effetto impositivo.

Per quanto attiene invece le detrazioni per i pensionati, oltre alle detrazioni sopra esposte, spettano altre detrazioni le quali si differenziano a seconda se i percettori abbiano più o meno di 75 anni, e non possiedano altri redditi al di fuori di quelli prodotti dall’abitazione principale, che variano dalle 430.000 (per i soggetti di età superiore ai 75 anni e con reddito inferiore ai 9.400.000 di lire) alle 90.000 lire.

Infine anche a redditi di lavoro autonomo spetta una detrazione dall’imposta lorda, non cumulabile però con quella prevista per il lavoro dipendente, e varia da 1.100.000 di lire per i redditi pari od inferiori a lire 9.100.000 sino a lire 100.000 (per i redditi superiori ai 30.000.000 ma inferiori a 60.000.000).

Insieme alle detrazioni sin da ora esaminate, sono state rivisitate le detrazioni per carichi di famiglia, queste a loro volta diverse a seconda del reddito lordo.

Avere un coniuge a carico (si intende a carico a condizione che il familiare non superi i 5.500.000 di reddito) comporta una detrazione IRPEF di lire 1.057.552 se il reddito complessivo non supera i 30.000.000 di lire, 961.552 per i redditi compresi tra i 30.000.000  ed i 60.000.000 di lire, lire 889.552 lire per i redditi compresi tra i 60.000.000 ed i 100.000.000, ed infine 817.552 per i redditi oltre i 100.000.000 di lire.

Per ciascun figlio a carico invece la detrazione varia a seconda se i redditi siano inferiori o superiori ai 100.000.000 di lire e se i figli siano minori o maggiori di tre anni di età.

 Javier Pérez Arquero


RIDUZIONE DELLE ALIQUOTE IRPEF

La manovra finanziaria per quest’anno ha tra i suoi principali scopi quello di ridurre la pressione fiscale sia per le imprese, polmone dell’economia, sia per le persone fisiche (che in fondo sono coloro le quali aumentano i consumi).

In quest’ottica il governo ha rivisto gli scaglioni IRPEF prevedendo una riduzione progressiva delle aliquote d’imposta a partire dal 2001 e fino al 2003.

Lo schema sotto riportato ci spiega quale sarà l’evoluzione degli scaglioni IRPEF da quest’anno sino al 2003:

Reddito complessivo (in lire)

2001

2002

2003

fino a 20.000.000

18%

18%

18%

oltre 20.000.000 e sino a 30.00.000

24%

23%

22%

oltre 30.000.000 e sino a 60.000.000

32%

32%

32%

oltre 60.000.000 e sino a 135.000.000

39%

38,5%

38%

oltre 135.000.000

45%

44,5%

44%

Rispetto agli scaglioni in uso sino all’anno scorso, si è visto da una parte un aumento dell’imponibile del primo scaglione (da 15.000.000 a 20.000.000 di lire) ed una relativa diminuzione dell’aliquota (da 18,5% a 18%), dall’altra una riduzione media di circa 2 punti percentuali per gli altri scaglioni.

Tale manovra di certo favorisce un po’ tutti ad eccezione dei redditi inferiori ai 15.000.000 per i quali ci è stata una riduzione di appena lo 0,5%.

A dire il vero però già il governo tre anni fa aveva rivisto le aliquote IRPEF, portando gli scaglioni da sette a cinque, ed al contempo aumentando l’aliquota marginale e diminuendo quella relativa ai redditi superiori ai 135.000.000.

Un semplice esempio ci fa capire quali siano stati gli effetti di queste tre ultime rivisitazioni degli scaglioni e delle aliquote IRPEF.

Se prendiamo un reddito di lire 20.000.000, nel 1997 si pagava 3.816.000 lire d’imposta, nel 1998 si pagava invece 4.100.000 (284.000 in più) mentre con la nuova manovra si pagherebbe 3.600.000. Evidentemente questo tipo di reddito trae beneficio dalle ultime modifiche. Se invece consideriamo un reddito di lire 10.000.000, nel 1997 si pagava 720.000 lire, nel 1998 si pagava 1.850.000 lire (1.130.000 in più) e dal 2001 si verserà 1.800.000 lire (salvo esclusioni come promesso dalla base imponibile dei bassi redditi).

A tutto ciò però non bisogna dimenticare le varie addizionali regionali (sino ad oggi dello 0,5%) e comunali IRPEF che fanno salire le imposte da versare a fine anno e vengono computate dall’imponibile IRPEF al lordo delle detrazioni o deduzioni fiscali.

Javier Pérez Arquero


DETRAZIONI SULLA PRIMA ABITAZIONE

La Finanziaria 2001 ha messo mano ad una questione che interessa migliaia di famiglie e comunque che destava molte critiche: la tassazione sulla prima casa.

Sono state infatti approvate due misure atte la prima ad esentare dall'IRPEF la rendita catastale degli immobili destinati a prima abitazione (e relative pertinenze) ed un regime di maggior favore sulla detrazione degli interessi passivi sui mutui.

Il fisco italiano considera tassabili i fabbricati ed i terreni non perché producono un reddito reale, ovvero un reddito possiamo dire novello, ma solo per la loro esistenza. Per questa ragione ad ogni terreno o fabbricato viene attribuita una rendita, la cosiddetta rendita catastale, che a sua volta viene determinata dall'applicazione di alcuni parametri quali i metri quadri, l'ubicazione e la destinazione d'uso.

Nel passato il legislatore ha cercato di mitigare l'imposta sulla prima abitazione introducendo deduzioni che diminuissero il reddito complessivo prodotto dall'immobile (per l'anno 1999 era di lire 1.800.000 mentre per il 1998 era di lire 1.100.000).

Dai redditi invece prodotti nel 2000 per l'abitazione principale si avrà una deduzione di ammontare pari alla rendita catastale attribuita, comprese le relative pertinenze (box, cantine, ecc.).
Potremmo quindi usufruire già dal prossimo Modello Unico dei redditi (ex Mod. 740) ovvero dal Mod. 730.

Un'altra importante novità riguarda la detrazione di imposta (pari al 19%) spettante ai contribuenti che hanno stipulato un mutuo per l'acquisto della propria abitazione principale.
La normativa sino ad ora vigente permetteva la detrazione dall'imposta di tutti gli interessi passivi derivanti dai mutui ipotecari stipulati dal 1993 relativi agli immobili.

Le novità possono essere così sintetizzate:
- ampliamento del tempo che deve intercorrere tra la stipula del mutuo e la destinazione ad abitazione principale dell'immobile che passa da sei mesi ad un anno, ovvero che l'acquisto dell'immobile debba avvenire nell'anno precedente o successivo alla stipula del mutuo (prima erano sempre sei mesi);
- la detrazione non viene perduta se l'immobile immobile locato sia adibito ad abitazione principale entro un anno e sia stato comunque notificato al locatario un atto di sfratto entro i tre mesi di acquisto.
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Lo sforzo da parte dello Stato di eliminare quasi totalmente il peso impositivo sull'abitazione principale è stato notevole, ma comunque c'è ancora tanto da lavorare per quanto riguarda l'ICI che, nonostante le facilitazioni concesse quali l'aliquota ridotta e la detrazione di 200.000 lire (che può variare da comune a comune), grava su molte famiglie.

Javier Pérez Arquero


BENZINA SEMPRE PIU' CARA: MA CHI CI GUADAGNA?

Il prezzo della benzina è condizionato principalmente dal mercato del petrolio e dalla sua quotazione sopratutto in ambito di tutti quei paesi produttori che fanno parte dell'OPEC.

Vi siete accorti che il giorno stesso che aumenta il prezzo del greggio aumenta anche la benzina ed il gasolio? A prima vista un discorso simile sembrerebbe più che logico, aumenta la materia prima e di conseguenza pure il prodotto finale. Ma dietro di tutto ciò si cela un guadagno delle compagnie petrolifere che vendono un prodotto per il quale hanno acquistato la materie prima (petrolio) molti giorni prima ad un prezzo più basso. In verità la benzina che acquistiamo a prezzo maggiorato era immagazzinata in depositi

Ma il "furto" vero e proprio lo fa lo Stato. Vediamo perché. Il prezzo della benzina che noi normalmente acquisiamo è composto dal costo vero e proprio della benzina (790 lire al litro, circa un terzo) dalle accise (imposta di fabbricazione per la benzina verde di circa 1.050 al litro) e dall'IVA (applicata dalla sommatoria tra il costo della benzina e le accise, di circa 400 lire al litro). Questo comporta che l'IVA venga applicata anche sulle imposte! Possiamo quindi considerare il "bonus" fiscale un regalo od un diritto vero e proprio? Ma inoltre lo sapevate che circa 420 lire sono delle "trattenute" per le varie missioni italiane a cominciare da quella in Abissinia del 1919?

Ma non solo. Un aumento del prezzo del greggio e quindi della benzina fa automaticamente aumentare il prelievo fiscale, creare un processo inflazionistico nonché il cosiddetto "fiscal drag" (aumentano i redditi nominali ma non reali e di conseguenza le imposte che spingono ogni percettore di reddito a scaglioni superiori).

A voi le considerazioni finali.

J.P.A.